La Puglia tra superstizioni e scongiuri

Cornetti rossi

La taranta non è solo una danza è una delle più note superstizione

Fin dalla notte dei tempi l'uomo ha creduto a qualcosa di soprannaturale che in qualche modo poteva influenzare il corso degli eventi o determinare il controllo su ciò che accadeva attraverso rituali tramandati oralmente. Le credenze legate alla superstizione (super sto= essere al di sopra di tutto) hanno sempre trovato terreno fertile nelle culture subalterne, quelle contadine la cui vita era scandita dal succedersi delle stagioni e il futuro era un'incognita che doveva in qualche modo essere fronteggiata.

Ecco quindi che si sono fatte strada le superstizioni più diverse che insinuate nelle attività di tutti i giorni, come nei momenti importanti della vita. La salute, il matrimonio, i figli, la morte sono tutti contesti influenzati da una cultura-altra che si è creata un "alibi" per giustificare quello che accadeva, anche le tragedie più gravi. In tutto il Meridione ancora oggi persistono credenze popolari e pratiche magiche miste a devozione e religiosità che accompagnano il vissuto quotidiano, pratiche da cui si sente "protetti".

La Puglia in particolare è patria del tarantismo, un ballo che si credeva originato dal morso della tarantola e che portava i tarantati a cimentarsi in lunghi balli al suono di un'orchestra dagli strumenti semplici come l'organetto e il tamburello, per liberarsi dal male che li aveva colpiti.

Una pratica quella del tarantismo che ha condizionato la realtà quotidiana per secoli e in base alla quale si classificavano le persone morse dal ragno. Le donne erano i soggetti più spesso colpiti e dovevano essere liberate compiendo il rito danza catartica e terapeutica, che diventava il mito della povera gente rassegnata ad essere "morsa" da ragni, ma anche affascinata da serpenti, punta da spilli o forbici che innescavano il "male" da estirpare ballando.

Curiosamente nessuno ammetteva espressamente di aver visto il ragno che l'aveva morso, ma trovava comunque una giustificazione e, anzi, erano quasi certo che sarebbe stato "rimorso" dopo circa un anno e doveva ripetere il rito. La gente quindi si "adattava" alla necessità contingente e molti divenivano suonatori addetti alla liberazione del tarantato, per il quale potevano anche suonare per giorni.

Non si trattava di isterismo ma serviva alla gente di campagna, provata dal lavoro dei campi e dalle difficoltà, per andare al di la dell'orizzonte consueto, entrando in un'altra dimensione, quella in cui "lasciarsi andare" a un ballo sfrenato, cosa che non era possibile nella realtà di tutti i giorni. Il fenomeno del tarantismo è quasi del tutto scomparso ma è rimasta la grande eredità del ballo che fa parte dell'identità dei pugliesi, al di la delle superstizioni. Anche in questo caso la magia si interseca alla fede cristiana, perché le donne per essere "liberate" dal morso del ragno si recavano in pellegrinaggio presso la Chiesa di S. Paolo a chiedere la grazia.

Dal malocchio alle superstioni di coppia: sono al centro della cultura pugliese

Come in tutto il sud Italia anche le superstizioni in Puglia contemplano la credenza nel malocchio, che in dialetto di chiama "affascinu". Quest'ultimo può essere provocato da un'altra persona solo con sguardo e a causa della sua invidia, ma anche dalla meraviglia rispetto a un avvenimento positivo accaduto.

Il malocchio quindi è considerato la causa di malesseri, mal di testa, sonnolenza, stanchezza, fino a arrivare a credere che da esso possa dipendere l'andamento della vita in negativo. Anche in questo caso c'è una soluzione che è quella delle vecchiette che conoscono la "formula" per toglierlo. La formula viene tramandata di madre in figlia nella notte di Natale di ogni anno, ed è un insieme di preghiere con scongiuri e invocazioni che devono liberare "'l'affascinatu". Ci sono due modi in cui si tramanda: uno è quello con le sole preghiere, l'altro immergendo il dito nell'olio e lasciando cadere qualche goccia in piatto bianco con acqua e sale.

Una volta liberato, il soggetto si sente meglio, prova sollievo e, per capire se il malocchio è realmente scomparso basta osservare la donna che toglie il malocchio, sia con le preghiere che con il piatto, perché comincia a sbadigliare insistentemente, insieme al soggetto a cui è stato tolto. Questo rassicura sull'ottenimento del risultato e sulla ritrovata serenità.

Contro il malocchio in Puglia c'è ancora chi si rifornisce di amuleti (corni rossi, ferri di cavallo, sale grosso in un sacchetto, una forbice, ecc) ed è attenta a qualsiasi sguardo, sopratutto da parte di donne barbute, considerate le peggiori portatrici di sfortuna. Il colore rosso è ritenuto molto potente contro le iettature e tutto ciò che è appuntito e tagliante. Le superstizioni pugliesi riguardano anche un "rito di passaggio" come il matrimonio, antropologicamente considerato il più importante cambio di status sociale che avviene nel corso della vita, quindi maggiormente soggetto alle negatività.

Spesso la superstizione in Puglia riguarda le spose e la coppia e si cerca in tutti i modi di "creare" buoni auspici intorno all'evento, rispettando un vero e proprio vademecum contro gli eventi che possano portare sfortuna alla vita coniugale e anche alla sfera sessuale.

Il letto degli sposi deve essere preparato da 2 giovani donne nubili e durante la cerimonia si osservano le candele perché non si spengano, in quanto sono segno di un brutto presagio. Al momento dello scambio delle fedi, se non si infileranno con facilità vorrà dire che in famiglia ci saranno liti, sopratutto se l'anello che non entra è quello del marito, che si rivelerà autoritario e violento.

La suggestione della morte porta ad attribuire ad alcuni animali il potere della previsione rispetto a questo triste evento, come nel caso della civetta. Se canta rivolta verso la casa di un ammalato questo morirà presto.

Il cane che va a sistemarsi sotto il letto di un infermo e che non vuole più mangiare preannuncia la disgrazia. Il corvo è l'uccello del malaugurio per eccellenza mentre il pipistrello è addirittura considerato rappresentante del diavolo.

In tutte queste credenze radicate nella cultura contadina e arrivate fino a nostri giorni, c'è una sorta di rassegnazione al compimento di un ineluttabile destino dal quale è possibile difendersi facendo appello al soprannaturale.

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